#AESASpazio-EUCLID: cercando un universo più oscuro

Se da un lato la ricerca spaziale si sta muovendo verso pianeti che possano ospitare una vita umana futura, dall’altro lato sono moltissime le domande che ancora oggi ci si pone circa le nostre origini; non tanto “nostre” nel senso di razza umana, ma quanto per quello che riguarda il nostro pianeta e, ancor più in grande, il nostro Universo. EUCLID, tra le tante missioni dedicate a questo tema, è una delle più attese dagli scienziati.

Perché Euclid?
La missione prende il nome dal matematico greco Euclide di Alessandria, che visse intorno al 300 a.C. e gettò le basi della geometria. Poiché la densità della materia e dell’energia sono legate alla geometria dell’Universo, la missione è stata chiamata così.

Obiettivo della missione
L’obiettivo è quello di andare a scoprire per quale motivo l’espansione dell’Universo stia accelerando e quale sia la natura della sorgente responsabile di questa accelerazione che i fisici chiamano “energia oscura”.
Con il suo telescopio da 1,2 metri di diametro, infatti, questo satellite mira a esplorare l’Universo evoluto negli ultimi 10 miliardi di anni per studiare non solo l’energia, ma anche la “materia oscura”.

Secondo gli scienziati, infatti, le due (insieme) rappresentano circa il 95% del contenuto energetico dell’Universo conosciuto.
La missione fornirà anche informazioni approfondite sulla fisica dell’universo primordiale e sulle condizioni iniziali che hanno messo le basi della struttura cosmica.

Euclid osserverà la parte più scura del cielo, libera dalle contaminazioni luminose delle galassie e del nostro sistema solare.


Made in Italy
Ciò che rende interessante questa missione è anche il fatto che, per costruire il satellite e il suo modulo di servizio, l’ESA abbia scelto l’azienda italiana “Thales Alenia Space”, che noi di AESA andremo a visitare proprio il prossimo 30 novembre!
La parte di strumentazione scientifica, invece, è stata assegnata ad Airbus Defense and Space.

Payload
Ma andiamo a vedere l’artiglieria pesante che monta questo satellite europeo.
Il grande telescopio con specchio in carburo di silicio alimenta l’ottica di due strumentazioni essenziali:
– VIS, fotocamera che opera nella lunghezza d’onda del visibile;
– NISP, fotocamera che opera nell’infrarosso.

La VIS è caratterizzata da un mosaico 6×6 di rilevatori ad accoppiamento di carica per un totale di 600 milioni di pixels; servirà a misurare il fenomeno di “Weak gravitational lensing”, l’apparente distorsione dell’immagine delle galassie dovuta alla non omogeneità della massa lungo la linea di vista.

Questa rilevazione sarebbe uno dei metodi più efficienti per poter porre vincoli all’equazione di stato dell’energia oscura e, magari, iniziare a capirne qualcosa in più.
La NISP, invece, è composta da un mosaico 4×4 di rilevatori di radiazioni a luce infrarossa, raggiungendo la bellezza di 65 milioni di pixels.

Questa fotocamera avrà l’obiettivo di studiare l’infrarosso, ovviamente, ma per essere più precisi, andrà a studiare lo “spostamento” verso il rosso (redshift) proveniente dalle stelle e dalle galassie in lontananza. Questo perché più la luce si avvicina al rosso più significa che l’elemento di riferimento si sta allontanando.

Lift off!
Inizialmente, il lancio era previsto per il 2023 partendo con una Soyuz (ST-B). A seguito del conflitto tra Russia e Ucraina, si è deciso che il satellite verrà lanciato sempre nel 2023 ma questa volta su di un Falcon 9 Block 5.

 Il satellite seguirà un percorso di 30 giorni e verrà poi stabilizzato su di una traiettoria Lissajous di grande ampiezza (1,5 milioni di chilometri di distanza dalla Terra circa) attorno al punto lagrangiano L2 di Terra-Sole.

Per chi non lo sapesse, il punto lagrangiano è una posizione nello Spazio in cui un corpo di piccola massa (come un satellite), tende a rimanere fermo rispetto ad altri due molto più grandi (Terra-Sole).

Il punto L2, infatti, risulta ottimo per osservare lo spazio per due principali motivi:

– la stabilità dell’illuminazione del Sole, che facilita la gestione termica degli strumenti del telescopio;
– il puntamento verso lo Spazio profondo.

È un punto fondamentale anche per il James Webb Telescope che, non a caso, studia anch’esso lo spettro dell’infrarosso e per la missione Gaia sempre dell’ESA.

A che punto siamo?
Il 2023 si avvicina sempre di più. Purtroppo, non abbiamo una data ufficiale del lancio ma sappiamo che ci si sta avviando verso la fase finale dei test.

È infatti appena iniziata la campagna dei “Test Ambientali” che avranno l’obiettivo di simulare l’ambiente spaziale per testare i componenti al limite.
Proprio qualche giorno fa si è concluso il test di “termovuoto”: esso consiste nel chiudere lo spacecraft in una camera e generare il vuoto; a seguito di ciò i sistemi e la componentistica vengono testati a diverse temperature simulando la missione che verrà affrontata nella realtà.

Le prossime fasi sono caratterizzate da test meccanici atti a verificare la risposta del sistema, durante il lancio e la separazione dal lanciatore, tramite prove di vibrazione e acustiche.

Dai laboratori di Cannes questo è tutto, il lancio è vicino e tutti aspettano con impazienza di vedere i risultati che questa importantissima missione porterà.

Chissà se riusciremo mai a capire davvero la nostra origine, una domanda alla quale nessuno è ancora stato in grado di dare una risposta.

A CURA DI
Roberto Scaringi


Fonti :

https://sci.esa.int/web/euclid

https://www.esa.int/Science_Exploration/Space_Science/Euclid_overview

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